Anna Simondi, rimasta orfana a 6 anni con un fratellino di 3, dovette abituarsi ad aiutare il padre: a lei toccò quindi di impastare il pane per la famiglia.
Lo faceva salendo su uno sgabello per arrivare ad impastare nella madia che altrimenti era troppo alta per lei.
Il padre, Pìn de Fèo, avrebbe poi provveduto a cuocere il pane.
“C’erano almeno tre forni che venivano utilizzati da tutta la Comunità: si faceva cuocere il pane una o due volte l’anno: le donne impastavano nella madia e nella madia stessa veniva poi conservato il pane, per mesi. Si faceva il pane quando c’era una luna buona, vicino a Natale.
Io sentivo che loro dicevano: “Adesso c’è la luna buona, bisogna che facciamo il pane, e tutti, eh, avevamo due forni, scaldavamo quei forni e tutta la borgata faceva il pane, tutta la borgata. Poi quel pane era buono, e noi quando era passato di due giorni, due o tre giorni, perché prima non ce lo lasciavano mangiare, dicevano che ci stumiava. “Ma quello lì sta sullo stomaco”.
Poi, qualche volta che magari ci fossimo lamentati perché avevamo fame: “Avete mangiato la minestra adesso, adesso avete ancora fame? eh, ben va’, va’ a prendere un panèt de pan, prendi un panèt de pan”.
Il pane lo tenevamo nella stanza dove voialtri dormite, sopra, lo mettevamo là e poi quando era più duro lo mettevamo in quella grossa cassia qualche volta andavano anche i topi a mangiarlo, oh già, ecco: prima lo lasciavamo seccare, poi cominciavamo a trovare un pane, oh, faceva un buchetto così e dentro tutto vuoto, allora mia mamma diceva: “Bisogna che mettiamo il pane ‘n la cassia, perché ciau”.
Anna Rovera, classe 1909